Non azzardare se non puoi permetterti di perdere
Never gamble unless you can afford to lose.
By CAROLYN T. GEER
The Wall Street Journal – 3 / 17 marzo 2012
(Traduzione, adattamento e note di SynesisCapital)
“Non azzardare se non puoi permetterti di perdere”.
Questo essenzialmente il messaggio di un piccolo ma crescente coro di accademici e consulenti, che propone un nuovo approccio alla gestione del rischio.
Sulla base della straordinaria volatilità dei mercati registrata negli ultimi anni, essi ritengono che gli investitori dovrebbero cambiare il loro modo di ragionare, passando da “quanto spero di guadagnare” a “quanto posso permettermi di perdere”.
Il processo richiede la necessità di distinguere i bisogni dai desideri, in modo tale da determinare l’ammontare di rischio che risulta appropriato assumere. E’ quello che Zvi Bodie, professore alla Boston University, chiama “risk set point” (e che in Synesis Capital abbiamo definito come “soglia del dolore”, N.d.T.)
“Questa è la decisione di investimento più importante che dovrete prendere”, afferma il prof. Bodie.
E’ un cambiamento significativo rispetto alla modalità con cui tradizionalmente le persone approcciano gli investimenti. Normalmente, gli intermediari finanziari iniziano fissando un obiettivo finale (ad esempio, quanto capitale dovrai accumulare per la pensione), e poi lo traducono in un tasso di rendimento da ottenere negli anni, prendendo in considerazione condizioni di partenza quali il patrimonio iniziale, i risparmi attesi e l’orizzonte temporale.
A quel punto suggeriscono un mix di investimenti (una percentuale in azioni, una percentuale in obbligazioni, e così via), che renda probabile (su basi statistiche, N.d.T.) ottenere il rendimento desiderato, tenuto conto della cosiddetta tolleranza al rischio, ovvero la disponibilità ad assumersi dei rischi d’investimento. Quanto più grandi sono il rendimento desiderato e la vostra presunta tolleranza, tanto maggiore è la quota di strumenti azionari consigliati in portafoglio. Per quanto riguarda il rischio di perdite, questo è gestito attraverso la diversificazione, ovvero distribuendo l’investimento attraverso una moltitudine di azioni e/o fondi.
La diversificazione certamente riduce il rischio di incorrere in perdite, ma non riesce mai ad eliminarlo completamente.
Minimizzare le perdite : le proiezioni sono difficili, e ragionare a spanne può essere ingannevole
Molte volte gli investitori pensano che poichè il loro questionario di profilatura è lungo 20-30 pagine, in questo modo sono riusciti a gestire ed eliminare tutti i rischi.
Secondo Dan Ariely, professore di economia comportamentale alla Duke University, i fattori utilizzati normalmente per produrre un piano d’investimento sono poco attendibili.
Ad esempio, in un sondaggio presso gli investitori, il prof. Ariely ha chiesto quale sia la percentuale del loro stipendio corrente di cui ritengono avranno bisogno durante la pensione: in media, le persone hanno definito una percentuale pari al 75% del reddito corrente. Indagando più a fondo, il prof. Ariely ha scoperto che le persone hanno semplicemente fornito la risposta che essi pensavano fosse “corretta” basandosi su ciò che avevano sentito dire. Approfondendo ulteriormente l’indagine, e chiedendo come effettivamente desiderassero vivere durante la pensione, ha scoperto che avrebbero bisogno di circa il 135% del loro reddito corrente, ovvero quasi il doppio di quanto indicato in origine.
Il prof. Ariely ha anche chiesto ai risparmiatori di indicare la loro tolleranza al rischio in una scala da 1 a 10. Ad alcuni è stata fornito un range di investimento che andava dal 100% in liquidità (estremo inferiore) all’85% in azioni (estremo superiore); ad altri invece è stata fornita un range che andava dal 100% in obbligazioni fino al 100% in derivati (molto più rischioso, N.d.T.).
Non ci sono state differenze sostanziali: la maggior parte delle persone ha indicato la propria tolleranza a “5”, rappresentando se stessi secondo ciò che essi ritenevano fosse la tolleranza “media”.
A quanto pare, noi non abbiamo idea di quale sia la nostra reale attitudine nei confronti del rischio, ne quale sia il modo migliore per descriverla.
'Risk Set Point'
In ogni caso, anche se avessimo le idee chiare circa la nostra attitudine nei confronti del rischio, non dovrebbe essere quello il fattore che guida le nostre decisioni di investimento.
L’approccio all’investimento del prof. Bodie, al contrario, parte dalla separazione tra bisogni (necessità concrete e imprescindibili, es. acquistare un’auto tra 5 anni) e desideri (obiettivi ulteriori ma non indispensabili, es. acquistare una BMW M6 cabrio). I bisogni dovrebbero essere quantificati in modo preciso, e le relative risorse accantonate in strumenti sicuri quali obbligazioni e titoli di stato.
Questa modalità permette ai risparmiatori di dormire sonni tranquilli durante i periodi burrascosi. Consente inoltre di identificare (per differenza, N.d.T.) la cosiddetta “risk capacity”, ovvero la quantità di denaro che essi possono permettersi di rischiare sui mercati (che è diversa da quella che essi dichiarano di essere disposti a tollerare)
Secondo il prof. Bodie, gli asset rischiosi non sono da escludere, ma l’ammontare di capitale da dedicare ad essi è limitato dalla dimensione della proprio “area di sicurezza”, ovvero dalla quota che deve essere necessariamente investita in strumenti che garantiscono la protezione del capitale. Il livello dove termina l’ “area di sicurezza” e dal quale inizia la “zona a rischio” è il vostro “risk set point”.
I clienti sono di tipologie differenti, da coloro che non possono rischiare niente (come quelli i cui risparmi sono stati decimati nei passati crolli azionari), fino a coloro che potrebbero permettersi di rischiare molto (quelli con un ricco patrimonio, niente figli e pensioni elevate).
Per questo, con un approccio risk-based un insegnante di ruolo potrebbe essere capace di assumere più rischi di un investment banker.
In altre parole : come definire quanto audaci dovremmo essere ? La risposta dipende da tre fattori.
Primo: più chiaramente identifichiamo nostri bisogni essenziali e riusciamo a salvaguardarli con l’investimento in strumenti sicuri, tanto più possiamo assumerci dei rischi con la parte residuale.
Chiedetevi cosa potrebbe succedere se l’investimento in quel fondo azionario (suggerito da vostro cognato come una “dritta” sicura …) dovesse rivelarsi fallimentare. Sprofondereste nella povertà, oppure vi costringerebbe a rinunciare solo al sogno di quella villa fronte mare, a favore di un villino più modesto ? Comporterebbe la rinuncia completa agli studi universitari di vostro figlio, oppure vi costringerebbe ad adattarvi ad una buona università nazionale in sostituzione di un master Ivy League ? Ciascuno di noi ha nozioni diverse su quelli che reputiamo essere i bisogni essenziali, paragonati a quelli che sono solamente sogni, desideri ulteriori.
Secondo: occorre considerare quello che gli economisti chiamano “capitale umano”, ovvero il potenziale insito nella vostra vita lavorativa. Quanto più stabile è la vostra azienda ed il relativo settore di appartenenza, quanto più sicuro è il vostro posto di lavoro e la progressione di carriera, tanto più potete permettervi di essere aggressivi all’interno della vostra “risky zone”.
Come dice Moshe Milevsky, professore di finanza alla York University di Toronto, è necessario stabilire se la nostra professione assomiglia di più ad un Titolo di Stato (con un reddito sicuro e regolare) oppure ad un titolo azionario (con reddito irregolare e non garantito). Nella prima categoria egli include ad esempio i dipendenti pubblici, mentre nella seconda tutti quei dirigenti o manager la cui retribuzione è fortemente influenzata dai bonus ed il cui posto di lavoro può essere messo in pericolo dal variare della congiuntura economica.
Terzo: il fatto che tu abbia le caratteristiche per assumerti una buona dose di rischi, non significa che tu ti senta a tuo agio nel farlo. Questo ci porta necessariamente a considerare la personale tolleranza al rischio, che il prof. Bodie definisce come la disponibilità (diversa dalla capacità) di esporre se stessi a possibili perdite, in cambio della possibilità di ottenere guadagni superiori.
La tolleranza al rischio personale giace all’interno di un continuum di possibili gradazioni, con i paurosi che evitano qualsiasi rischio (all’estremo inferiore), e gli audaci che ricercano il rischio (all’estremo superiore). In concreto però non è una caratteristica di facile definizione. Anzi, sebbene molti piani di investimento vengano costruiti considerando la tolleranza al rischio come un caratteristica stabile della personalità, molti accademici ritengono che questa sia in realtà un tratto piuttosto variabile (leoni quando il mercato sale, pecore quando il mercato scende, N.d.T.).
Questionari di profilatura che pretendono di verificare la tolleranza al rischio dei risparmiatori abbondano, ma alcuni sono troppo stringati per essere statisticamente affidabili, altri sono infarciti di domande irrilevanti. Un pilota di rally o un appassionato di sport estremi non ha necessariamente l’indole di uno speculatore finanziario; molti manager rampanti di 35 anni non hanno i nervi saldi per cavalcare le turbolenze di mercato (anche se loro sostengono il contrario).
Ciò nonostante, un questionario di profilatura può essere considerato uno strumento utile, se non è considerato l’unica base di valutazione, quanto piuttosto solo un punto di partenza nel processo di scelta dei vostri investimenti.
N.d.T.: In Italia, con il recepimento della direttiva MIFID a fine 2007, il questionario di profilatura è obbligatorio per tutti i servizi di investimento. Purtroppo il più delle volte viene visto dagli Intermediari solo come un noioso adempimento burocratico (da svolgere per tutelarsi di fronte ad eventuali controversie legali); nei casi peggiori viene compilato ad arte per giustificare gli investimenti già esistenti (o quelli che l’Intermediario desidera collocare in futuro).
Dai Clienti viene peraltro visto come una fastidiosa violazione della propria privacy, alla quale dedicare poca attenzione (“Che necessità c’è di farmi tutte queste domande ? Devi solo dirmi qual è lo strumento migliore da acquistare !”).
In SynesisCapital ci sforziamo di far capire ai Clienti quanto sia importante quella chiacchierata iniziale, a volte distribuita su più incontri ed incentrata sulle Vostre esperienze passate e sui Vostri programmi futuri, per definire una corretta strategia di investimento.
Così come insegniamo a diffidare di quei piani di investimento costruiti in modo automatico da un computer, dopo aver inserito una manciata di dati.
Anche dopo 2.500 anni, resta valido ciò che era iscritto all’entrata del tempio dell'Oracolo di Delfi :
ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ
(“Conosci te stesso”)
“Ti avverto, chiunque tu sia.
Oh Tu che desideri sondare gli arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto il Tesoro degli Dei.
Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”.

Commenti recenti